[Moby Dick] L’oceano mistico

Brutta scimmia, - disse un ramponiere a uno di questi giovani, - siamo in viaggio da quasi tre anni, e non hai ancora avvistato una balena. Quando sei di vedetta tu le balene sono rare come i denti delle galline. - Forse era proprio così, o forse ce n’erano intere mandrie sul lontano orizzonte; ma questo giovane distratto è cullato in una tale inerzia oppiacea di fantasticherie vuote e incoscienti dalla cadenza armoniosa di onde e pensieri, che alla fine perde la sua identità, prende l’oceano mistico ai suoi piedi per l’immagine visibile di quell’anima profonda, azzurra e infinita che pervade l’uomo e la natura; e ogni cosa strana, intravista, fluttuante e bella che gli sfugge, ogni pinna di incerta forma che si leva ed è confusamente avvistata, gli sembra l’incarnazione di quei pensieri elusivi che popolano l’anima solo di passaggio. In questo stato d’animo incantato il tuo spirito rifluisce da dove è venuto, si diffonde nello spazio e nel tempo, e come le ceneri panteiste disperse di Wycliff diventa alla fine parte di ogni spiaggia del mondo intero.

Non c’è vita in te adesso, a parte quella, cullante, conferita da una nave che rolla docemente, e a sua volta la prende a prestito dal mare, e il mare dalle imperscrutabili maree di Dio. Ma se, mentre ti avvolge questo sonno, o questo sogno, ti azzardi a muovere di poco un piede o una mano, perdi la testa, e la tua identità ritorna, orripilata. Sei sospeso su vortici cartesiani. e forse, a mezzogiorno, in un tempo splendido, con un grido mezzo strozzato precipiti attraverso quell’aria trasparente nel mare estivo, per non rialzarti mai più. State attenti, panteisti!

Moby Dick, Herman Melville, cap XXXV. Traduzione di Lara Fantoni