[filosofia] Appunti per una filosofia dei colori

di Enrico Zacchetti

1. I colori come problema filosofico
2. I colori come simboli
3. Colorare il mondo. Colori, percezione e comunicazione
4. Logica dei colori. Analogie tra numeri e colori


1. I colori come problema filosofico


« Newton ha dimostrato in modo evidente che la luce è un complesso di raggi colorati che, uniti insieme, producono il colore bianco. »
Voltaire, Lettere filosofiche


« Si tenga dinanzi a un toro un panno rosso, ed esso s’infurierà, ma si parli dei colori, anche soltanto in generale, e il filosofo uscirà letteralmente di senno. »
J. W. V. Goethe, La teoria dei colori

 

Orientarsi nell’universo delle teorie dei colori non è semplice. Teofrasto, Newton, Goethe, Steiner, Wittgenstein sono alcuni pensatori che si sono cimentati con l’argomento, ma è arduo individuare un filo conduttore in grado di dipanare le principali questioni filosofiche.

 

Basti citarne alcune. I colori sono nella natura o nella mente? Qual è la funzione dei colori? Esiste un linguaggio universale, un simbolismo dei colori? Come faccio a definire un colore? Come posso sapere se il rosso che vedo io è lo stesso rosso che vedi tu?

 

Le difficoltà e la particolarità delle questioni filosofiche relative ai colori consistono nel fatto che si tratta di questioni puramente concettuali, non riducibili a una teoria scientifica e neppure alle suggestioni simboliche dell’arte e della mistica.

 

Secondo Wittgenstein la filosofia è un’attività volta a riscoprire e portare alla luce quello che si sa, quello che è ovvio ma che non riusciamo a vedere perché ci circonda, perché vi siamo immersi. I colori appartengono a questo regno dell’ovvio, dove ci è così difficile distinguere, riconoscere, comprendere.

 

Dunque, uno dei compiti della filosofia consiste nel fare chiarezza sui concetti, riconoscerli nella molteplicità degli usi linguistici e sociali.

 

Le teorie scientifiche e le manifestazioni simboliche dell’arte e della mistica sono certamente tra i più rilevanti usi e significati che gli esseri umani attribuiscono ai colori, ma vanno trattate dal filosofo come opportunità, come dati a disposizione per la definizione del problema, come informazioni utili alla chiarificazione e alla ricomposizione del mosaico concettuale. Non certo come tesi da giustificare o come alibi per sgombrare il campo dalle questioni filosoficamente rilevanti.

 

La teoria ondulatoria e quella corpuscolare della luce ci forniscono due spiegazioni alternative di come avviene che l’occhio umano distingua i colori, ma dice poco o nulla sul linguaggio e sulla funzione dei colori all’interno delle società umane, sul concetto di colore.

 

La scienza restringe il campo di osservazione, lo altera. Atomizza l’esperienza del colore isolandola dal contesto socio-culturale.

 

La filosofia fa qualcosa di diverso. La complessità dei problemi filosofici risiede nella problematicità di afferrare le cose che sono singole e vicine, che fanno parte del nostro modo di percepire la realtà.

 

Per i colori sembra essere proprio così. Ci circondano, fanno parte di noi e del nostro modo di percepire, nella veglia come nel sonno.

 

2. I colori come simboli

 

 

« In principio Dio creò il cielo e la terra; la terra era informe e senza vita, le tenebre riposavano sull’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. »
Genesi


 

« I colori che la terra dispiega davanti ai nostri occhi sono dei segni manifesti per coloro che pensano .»
Corano


« Tutto è pieno insieme di luce e di tenebra invisibile »
Parmenide, Sulla Natura

 

Sin dall’antichità gli uomini hanno associato significati simbolici ai colori, hanno creduto di vedere nei colori manifestazioni della presenza divina. Se il bianco, pura luce, è individuato come il colore del divino, dell’infinita sapienza, il nero è il colore delle tenebre. Non è un caso allora che nella religione cattolica il bianco sia il colore della veste del sommo pontefice e dell’abito nuziale, e che il nero sia il colore del lutto.

 

In culture diverse l’opposizione bianco/nero assume significati equivalenti, anche quando l’uso sembra essere opposto. Nel mondo indù ci si veste di bianco nelle occasioni luttuose, perché il bianco si colloca agli antipodi della morte e ne consente una esorcizzazione simbolica. Rispetto al mondo cristiano, quello che cambia non è la logica simbolica dei colori, ma l’atteggiamento nei confronti della morte.

 

Il bianco come colore della sapienza divina, dell’intelligenza creatrice, e il nero come colore della morte e delle tenebre sono entrambi simboli di sostanze infinite, pure e indifferenziate. Sono i due estremi che non possono coesistere. Il bianco non è concepibile nell’oscurità totale della tenebra, né è ammissibile la presenza di ombre nella luce divina infinita. Nella loro opposizione sono due sostanze perfette, necessariamente pure.

 

La vita è la sintesi dei due opposti, da cui nascono le creature viventi e i colori. La natura si manifesta con le infinite sfumature, ognuna delle quali contiene una parte di divino e una parte di tenebra. E’ dunque solo nell’imperfezione delle creature viventi, in bilico tra vita e morte, tra divino e tenebra, che si manifestano e si percepiscono i colori.

 

3. Colorare il mondo. Colori, percezioni e comunicazione.

 

« L’intera natura si rivela attraverso il colore al senso della vista. Ora affermiamo, seppure in certa misura ciò possa sembrare singolare, che l’occhio non vede alcuna forma, in quanto soltanto chiaro, scuro e colore stabiliscono insieme ciò che distingue un oggetto dall’altro e la parte di un oggetto dalle altre. »
Goethe, La teoria dei colori


« Il colore è un mezzo per influenzare direttamente l’anima. »
Kandinsky

 

« Detto di passaggio: gli oggetti sono incolori »
Wittgenstein, Ricerche filosofiche

 


 

 

Delimitare, sezionare lo spazio visivo, dirigere l’attenzione su una parte di tale spazio, riconoscere gli oggetti, dare un senso, un ordine alla realtà. Senza i colori avremmo una realtà indifferenziata e incomprensibile, una realtà muta. Attraverso i colori la realtà prende forma, comunica. Così il cielo, gli alberi, i fiori, gli insetti, il camaleonte, la tigre. E l’uomo. ‘Hai un brutto colore oggi” è un’espressione del linguaggio che porta dietro di sé una teoria del colore. Il colore come rivelazione dello stato dell’anima.

 

Abbiamo già detto che gli uomini hanno sempre associato dei significati simbolici ai colori. Hanno veduto nei colori manifestazioni della presenza divina, ma anche hanno attribuito ai colori una funzione di riconoscimento sociale. Se andiamo oltre la distinzione elementare bianco/nero ed esaminiamo a fondo l’infinita mole di usi dei colori nelle diverse espressioni culturali o anche all’interno di uno stesso sistema o clan, ci rendiamo conto che l’attribuzione di significati ai colori diventa arbitraria e mutevole.

 

Così il rosso, colore del sangue, può significare amore, passione, fratellanza ma anche terrore. Il nero può richiamare l’idea della morte, ma anche sobrietà ed eleganza. Ogni colore assume così un significato diverso a seconda del contesto in cui è inserito e a seconda della sensibilità del ricevente. E dunque risulta arbitrario ogni tentativo di redigere un dizionario universale dei colori. Di volta in volta sarà necessario esaminare il contesto e i soggetti a cui è indirizzato il messaggio.

 

Altro elemento da considerare è che il linguaggio dei colori, collocandosi al livello del linguaggio non verbale, parla all’inconscio, alla parte emotiva della mente.

Nella primavera del 2003, quando Bush diede inizio alla Seconda Guerra del Golfo, le città italiane vennero letteralmente tappezzate di bandiere con i colori dell’arcobaleno. Un fenomeno che risultò molto più forte e convincente di qualsiasi discorso articolato contro la guerre, che contagiò e coinvolse moltissimi cittadini.

 

L’emozione del militante che alza gli occhi al cielo e vede sventolare le bandire con i colori del proprio partito, o quella del tifoso di fronte ad uno stadio addobbato con i colori della propria squadra. Sventolare i propri colori come manifestazione del proprio io inserito in una dinamica sociale in cui ci sente accettati e valorizzati.

 

Sono alcuni esempi che mettono in evidenza come il colore sia un elemento forte di comunicazione e di costruzione identitaria. Può essere usato per manifestare la propria adesione ad un gruppo o ad un trend sociale, per attirare l’attenzione, l’interesse, per comunicare odio o amore, per indirizzare il comportamento del destinatario, per metterlo a proprio agio o per infastidirlo.

 

Ma il più delle volte il messaggio collegato al colore è inconsapevole e imprevedibile. Il colore infatti non solo è imprevedibile nelle reazioni del destinatario, ma comunica a prescindere dalla volontà di comunicare dell’emittente.

 

Ogni atto, e quindi ogni manifestazione del colore comunica, invia dei messaggi ad un destinatario e su di esso provocherà degli effetti solo in parte controllabili a monte. Se è vero che la vista è il principale dei sensi e il colore ne è la manifestazione più lampante, tanto più importante sarà allora il ruolo del colore nella comunicazione.

 

Ma allora la pretesa di compilare un dizionario universale dei colori non sarà soltanto arbitraria ma anche di scarsa utilità. Chi voglia dominare il linguaggio dei colori dovrà piuttosto studiare la codificazione dei significati dei colori all’interno delle pratiche sociali in cui vuole innestare il suo messaggio.

 

E ancora più forte sarà la sua capacità espressiva se riuscirà, con accostamenti originali, a creare nuovi significati, a stupire il proprio destinatario. Come sanno bene i pubblicitari e gli esperti di comunicazione.

 

Ogni colore contiene una quantità potenzialmente infinita di forme espressive, e dunque di forme di vita. I pittori, ma anche i poeti, sono coloro che riescono a creare nuove forme di vita, attribuendo significati nuovi e imprevedibili ai colori. E non per caso sono maestri ineguagliabili nell’arte di influenzare l’anima.


4. Logica dei colori. Analogie tra numeri e colori

 

« Non vogliamo trovare una teoria dei colori (né una teoria fisiologica né una teoria psicologica) bensì la logica dei concetti di colore. E questa riesce a darci ciò che, spesso a torto, ci si è aspettati da una teoria. »
L. Wittgenstein, Osservazioni sui colori.

 


 

Abbiamo stabilito che i colori sono ciò che, attraverso la vista, danno senso e leggibilità ad una realtà altrimenti indifferenziata e incomprensibile. Ma allora possiamo anche considerare i colori come unità di misura della realtà. L’analogia che proponiamo è quella tra colori e numeri. Con i numeri misuriamo certe proprietà degli oggetti (quantità, lunghezza, ecc…). Con i colori misuriamo le proprietà cromatiche.

 

Per vedere come la logica in cui usiamo colori e numeri nei nostri discorsi sia dello stesso tipo, prendiamo in considerazione i seguenti enunciati:

 

A) L’oggetto x è più chiaro dell’oggetto y.

B) Il colore x è più chiaro del colore y.

 

Apparentemente i due enunciati hanno la stessa forma grammaticale (x è più chiaro di y). Ma non è così.

 

A) L’oggetto x è più chiaro dell’oggetto y.

 

Domanda: come faccio ad affermare A (cioè la verità di A)?

Risposta: attraverso una verifica empirica.

 

Confronto l’oggetto x e l’oggetto y e, se x è di colore rosa e y è di colore rosso, dico che A è vero. A è una proposizione empirica, basata sull’osservazione di un fatto.

 

B) Il colore x è più chiaro del colore y.

 

Come faccio ad affermare B (cioè la verità di B)?

Risposta: ho imparato l’italiano.

 

L’enunciato B corrisponde ad una definizione del concetto di chiaro, di colore x (es. rosa) e di colore y (es. rosso) . E’ una proposizione grammaticale, cioè tautologica, cioè sempre vera a prescindere dall’osservazione empirica.

 

L’analogia colori/numeri appare adesso più chiara. Come i numeri, i colori si basano su definizioni arbitrarie e tautologiche (enunciati del tipo B). Sulla base di queste definizioni osserviamo gli oggetti del mondo esterno e ne misuriamo certe proprietà. Le proposizioni del tipo B sono dette proposizione logiche o proposizione grammaticali. Sono regole definite a priori. Inconfutabili, a meno di rivedere l’intero orizzonte concettuale della grammatica dei colori. L’insieme delle proposizioni grammaticali fornisce il quadro teorico per cogliere la realtà attraverso i sensi.

 

Rispetto ai numeri, i colori, (o meglio le espressione del linguaggio per indicare i colori) hanno un’ambiguità formale di fondo. Se dico a due persone di indicarmi il rosso riceverò come risposta due diverse sfumature di rosso. Ma se io voglio esattamente quella sfumatura di rosso che ho in mente, se voglio che il designer realizzi il logo aziendale di quel rosso specifico, dovrò esprimermi diversamente. Non dirò ”rosso” ( parola ambigua ) ma, ad esempio, “255,0,0” specificando che sto utilizzando la scala cromatica RGB. Gli usi del linguaggio ci insegnano che l’utilizzo dei numeri per definire i colori è necessario in tutti i quei casi in cui l’ambiguità è da considerare fuorviante piuttosto che suggestiva.

 

 


Enrico Zacchetti

 

 

[mercato] Il fatalismo anti-moderno del mercato

In Vite di Scarto (Laterza, 2007), Zygmunt Baumann sostiene che la nozione di modernità si fondi sull’idea che l’uomo possa cambiare il mondo.

“… Modernità è rifiutare il mondo così come è stato finora e decidere di cambiarlo. Il modo d’essere moderno consiste in un cambiamento compulsivo, ossessivo: nel rifiuto di ciò che semplicemente è in nome di ciò che potrebbe, e per ciò stesso dovrebbe, essere messo al suo posto …”

Tutte le grande utopie e le religioni dell’era moderna, il cristianesimo, l’illuminismo, il marxismo condividono (in modo diverso) questa fede progressista nell’uomo e nella sua capacità di influire sul mondo, di manipolarlo e di migliorarlo.

E’ ancora così? L’uomo contemporaneo condivide questa fede moderna nell’uomo e nella sua capacità di agire sul mondo?

***

In un ottimo film, presentato recentemente al Festival di Locarno (Contre toute esperance di Bernard Emond, Canada 2007), un manager spiega

«… non sono io a decidere i licenziamenti, così come non sono io a decidere il mio salario e i miei premi. È solo il mercato che decide…»

E’ il mercato che decide. Noi non ci possiamo fare niente. Neppure i manager possono fare niente. Neppure i politici possono fare altro che assecondare e tentare di ingraziarsi i favori del mercato.

Ci hanno spiegato che il mercato non rientra più nella sfera delle attività e delle relazioni umane. Il mercato è diventato il Mercato, una divinità capricciosa e incomprensibile, al di sopra della nostra capacità d’influenza, verso il quale non serve neppure chiedere, non serve pregare, non serve lottare, non serve sperare. Bisogna soltanto adeguarsi. E noi ci siamo adeguati.

Siamo di fronte a una nuova religione fondata sull’adorazione di un’entità che ha cessato di appartenere alla sfera delle cose modificabili e gestibili dagli uomini: il Mercato.

I manager e gli imprenditori sono i potenti sacerdoti e non hanno difficoltà a diffondere il verbo, a convertire al Mercato la politica, la società e ogni singolo individuo. Utilizzando i grandi strumenti e le tecnologie più avanzate di comunicazione e propaganda, di cui hanno un eccezionale controllo, padronanza, monopolio.

E i loro fedeli sono i consumatori, ovvero tutti noi. Compresi coloro che criticano la nuova religione ma non possono certo smettere di svolgere con disciplina il loro compito fondamentale: acquistare beni e servizi di dubbia utilità, gettare via, consumare. Perché il Mercato accetta il dissenso, nella misura in cui anche il dissenso viene trasformato in oggetto di consumo.

L’epoca contemporanea è dominata un senso di fatalismo, profondamente anti-moderno. E’ un fatalismo a cui segue l’individualismo, che spinge ad occuparsi soltando di stessi, al massimo della propria famiglia. Ci insegna che la felicità si raggiunge coltivando il proprio orticello, che è vano e illusorio ogni nostro tentativo di modificare il mondo che ci sta attorno, perché il mondo è governato dal Mercato, su cui non abbiamo alcuna possibilità di intervenire. E le nostre esperienze quotidiane confermano e rafforzano inesorabilmente in ognuno di noi questa convinzione.

***

Ma allora, riprendendo la nozione di modernità di Baumann, pare di poter dire che l’era moderna, intesa come spinta al cambiamento, come fiducia nel libero arbitrio e come fede illuminista nell’uomo come padrone del proprio destino, sia giunta al capolinea.

E cosa c’è dopo la modernità?

Per ora, c’è il fatalismo del Mercato, la sottomissione dell’uomo a forze che l’uomo ritiene ormai al di sopra delle sue capacità di azione e comprensione. E c’è un mondo popolato da consumatori.

C’è la rinuncia dell’umanità a guidare consapevolmente il proprio destino, una rinuncia fatta in nome di una religione che tutela gli interessi di pochi e nutre una maggioranza di consumatori integrati nel sistema. Ed espelle l’eccedenza umana: uomini e donne inutili, che per differenti ragioni sociali ed economiche non possono o non riescono a trasformarsi in consumatori.