January 1st, 2008 — film, film 2007, prima visione
In the Valley of Elah di Paul Haggis è il miglior film del 2007

Oltre ad essere stato l’anno della morte di due mostri sacri come Antonioni e Bergman, il 2007 è stato l’anno della definitiva consacrazione di Paul Haggis come regista e Tommy Lee Jones come attore.
In The Valley of Elah è, secondo me, il film più bello e più importante del 2007. L’immagine della bandiera degli Stati Uniti issata capovolta (che nel linguaggio militare significa richiesta di aiuto) resterà come il simbolo di un impero in decadenza.
Ma tra i film imperdibili usciti nel 2007 ci sono anche gli ultimi capolavori di Gus Van Sant (Paranoid Park) e Ken Loach (It’s a free world). E Le vite degli altri del giovane regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck.
Citazione doverosa anche per Cronenberg (Eastern Promises), Zyang Yimou (La città proibita), Clint Eastwood (Lettere da Iwo Jima), Fatih Akin (Ai confini del paradiso), Danny Boyle (Sunshine).
Ma la sorpresa dell’anno, almeno per me, è stata Resident Evil: Extinction, un film visionario e in qualche modo anti-conformista in cui ho ritrovato echi di Blade Runner e V per Vendetta.
Tra le delusioni dell’anno metto i film di Tarantino (Grindhouse), Von Trier (Il grande capo), Olmi (Centochiodi) e Soldini (Giorni e nuvole).
Questi sono dunque i film che, nel bene o nel male, hanno caratterizzato il mio 2007 al cinema.
Il capolavoro
In The Valley of Elah
Gli imperdibili
Paranoid Park
In questo mondo libero
Le vite degli altri
Da vedere
La promessa dell’assassino
La città proibita
Sunshine
Lettere da Ivo Jima
Ai confini del paradiso
La sorpresa
Resident Evil: Extinction
Le delusioni
Grindhouse
Il grande capo
Centochiodi
Giorni e nuvole
November 21st, 2007 — film, film 2007, prima visione
Un film di Silvio Soldini con Antonio Albanese e Margherita Buy
Italia, 2007

“Io sono nella merda, ma TU SEI una merda!”
E’ una delle migliori battute di Antonio Albanese, nei panni di Michele, padre di famiglia e dirigente d’azienda un pò troppo corretto, scaricato dal suo socio (la merda) e costretto a scoprire a quarant’anni inoltrati come ci sente nel ruolo di disoccupato e precario.
I ventenni e trentenni che conoscono bene questa situazione perché non hanno mai vissuto scenari che non contemplino la flessibilità, non riescono più di tanto a comprendere il dramma di un uomo di mezza età che improvvisamente deve rinunciare alla barca e all’appartamento di lusso.
Ma quello che è interessante nell’ultimo film di Soldini, non è la problematica economica connessa alla precarietà ma piuttosto il problema dell’identità in un contesto sociale che classifica le persone in base al lavoro.
Nel momento in cui Michele perde il lavoro, è la sua identità e le relazioni con il suo ambiente sociale che vanno in frantumi, perchè queste relazioni erano costruite esclusivamente intorno al suo status di dirigente d’azienda. Michele non riesce a dire agli amici ciò che gli è accaduto perché perderebbe immediatamente la loro stima.
Essere disoccupati è come avere una malattia, un cancro. Tutti ti chiedono come stai, tutti vorrebbero aiutarti, tutti ti compatiscono, tutti ti guardano come se fossi un lebbroso. Ogni conversazione e ogni silenzio parla del fatto che tu sei senza lavoro. E finisci per vederti come ti vedono gli altri. E deprimerti.
Michele entra in crisi non tanto per le rinuncie che deve fare, non più di tanto per il fatto di dover vendere la barca e tirare la cinghia. La crisi di Michele è legata alla necessità di ricostruirsi un’identità e di rimettere in discussione le relazioni con amici e famigliari.
Non gli resta altra scelta che abbandonare un’ambiente che lo rifiuta, in cui ormai viene trattato come un inferiore, che magari si aiuta ma non si può accettare come eguale. E allora Michele inizia a frequentare persone nuove che almeno non lo giudicano per quello che ha perso. Solo con gli sconosciuti riesce a ricostruire delle relazioni umane.
Lo scenario in cui viviamo è quello di una società che ha sempre meno bisogno di lavoratori (almeno nei paesi a capitalismo avanzato) ma che giudica sempre più le persone in base al lavoro che svolgono. Ed e’ una società che genera depressione, emarginazione e conflitto.
Giorni e nuvole descrive questo scenario, ma non arriva a criticarlo. Michele ne è vittima, ma non arriva a ribellarsi.
Credo che questo sia un limite del film di Soldini. C’è bisogno di critica e c’è bisogno di ribellione, e c’è bisogno di un cinema che dia voce a questo bisogno. Una rivoluzione copernicana, che metta al centro l’uomo che si ribella, non l’uomo che lavora.
Recensione di Enrico Zacchetti
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Giorni e nuvole - sito ufficiale
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November 13th, 2007 — film, invisibili
Un film di Shane Meadows con Thomas Turgoose
UK, 2006

Inghilterra 1983. Margareth Thatcher pianta la bandierina sulle Isole Falklands al prezzo di un migliaio di morti e da inizio in patria all’era della precarizzazione e alla competizione sociale su larga scala. Nelle periferie del paese la working class, impoverita e avvilita, perde ogni riferimento politico e ruolo sociale, e c’è chi inizia a simpatizzare per la destra ultra-nazionalista del National Front.
Shaun è un ragazzino di 13 anni che ha appena perso il padre, soldato del regno morto nella guerra delle Falklands. Vive con la madre nell’Inghilterra settentrionale, in una cittadina depressa dalla noia e dalla disoccupazione. Solitario e con il cuore pieno di rabbia e malinconia, Shaun fa la conoscenza di alcuni skinhead più grandi di lui che passano le loro giornate tra musica giamaicana, bevute di birra e bravate giovanili.
Shaun si lascia adottare dal gruppo, si taglia i capelli e indossa le Dr. Martens. Scopre l’amicizia e viene accolto in una nuova famiglia. Abbandonati dalle istituzioni e dalla società questi giovani inglesi della working class cercano nel movimento skinhead un modo per socializzare e solidarizzare, divertirsi e ritrovare un pò di spensieratezza, per riscostruirsi un’identità. La politica è lontana dai loro pensieri, così come il razzismo. Sono ragazzi che non hanno nessun credo o ideologia tranne l’amicizia che li lega. Skinhead non è ancora sinonimo di nazionalismo e xenofobia.
Ma il vento della violenza si materializza un giorno con la comparsa di Combo, ex leader del gruppo, incattivito da tre anni di carcere. Combo cerca di politicizzare e militarizzare la banda e, fomentato a sua volta da cinici leader in giacca e cravatta, riesce a trascinare Shaun e alcuni ragazzi in imprese criminali contro gli immigrati pachistani.
Vittime o carnefici? Uno dei tanti meriti di questo film molto inglese è di sfuggire a ogni tentazione di manicheismo. Come già nel recente In questo mondo libero di Ken Loach, la distinzione tra buoni e cattivi non è chiara. In una società precarizzata e atomizzata ognuno è un pò vittima e un pò carnefice. Così gli skinhead dell’era thatcheriana.
This is England è un film duro, sincero ed emozionante sui mostri del nazionalismo e della xenofobia. Preferisce descrivere i fenomeni sociali piuttosto che sbandierare una scontata condanna. E’ anche un bellissimo film sull’adolescenza, età difficile e affascinante.
Straordinari gli attori, soprattutto il giovanissimo esordiente Thomas Turgoose nella parte di Shaun. Bellissima la colonna sonora nella quale non potevano mancare gli Smiths con la struggente Please, please let me get what I want.
Il regista Shane Meadows ha 35 anni, è già affermato in Gran Bretagna, ma quasi sconosciuto in Italia. Ne sentiremo parlare. Ken Loach e Mike Leigh hanno in patria un degno successore.
Recensione di Enrico Zacchetti
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This is England, sito ufficiale del film
This is England, trailer su YouTube