Per 21 grammi di hashish

“21 grammi, il peso di cinque nichelini uno sull’altro. Il peso di un colibrì, di una barretta di cioccolato. Quanto valgono 21 grammi?” (dal film 21 grammi di A. Inarritu)

21 grammi, il peso dell’anima. E’ la quantità di hashish che hanno in tasca Luca Zanotti (21 anni) e Davide D’Orsi (25) allorché sbarcano in Grecia verso la fine dell’estate del 2005, per una vacanza che doveva durare 15 giorni e che non è mai iniziata. E’ iniziato invece un incubo che potrebbe portare i due giovani a scontare più di dieci anni di detenzione nelle prigioni greche.

Luca e Davide vengono arrestati dalla polizia greca con gravissime accuse: traffico internazionale di stupefacenti ai fini di spaccio. La pena prevista per questo reato è superiore ai dieci anni, come un omicidio, una violenza carnale.

Tanto per chiarirci le idee, perché magari non tutti sanno a cosa corrispondono 21 grammi di hashish. Stiamo parlando, correggetemi se sbaglio, di 40, forse 50 spinelli. E’ una quantità assolutamente normale e persino modesta per una vacanza di 15 giorni, per due ragazzi che dopo aver lavorato tutta l’estate vogliono rilassarsi, divertirsi un pò, vedere il mondo, incontrare ragazze, conoscere altri giovani come loro. Insomma nessuna particolare trasgressione. Chi non si è mai fatto qualche spinello, in vacanza, a 20 anni?

Stiamo parlando di canne, cazzo!. Spinelli, petardi, joint, porros, canutos, spini, sbrilli, gighelloni. Non cannoni d’acciaio con cui si ammazza e si distrugge ma piccole cannette di erba verde che certo non sono un toccasana per la salute, ma il cui consumo da parte di persone maggiorenni e informate non dovrebbe essere affare di stati, chiese e aule di tribunale. Luca e Davide non hanno costretto bambini a drogarsi, e non avevano certo intenzione di arricchirsi dedicandosi allo spaccio con una quantità di fumo dal valore commerciale di poco più di 100 euro.

Ebbene, oggi è arrivata la notizia che l’Italia ha concesso l’estradizione. A quest’ora Luca dovrebbe già trovarsi nel carcere di Kalamata in Grecia in attesa del processo. Un processo  che, se verrà accolta la richiesta dell’accusa, potrà concludersi con una condanna superiore ai 10 anni.

Questo accade non in qualche paese brutto cattivo e fondamentalista, ma nell’Europa che si riempie la bocca di diritti umani e che non si fa problemi a incarcerare chi si fa qualche canna, trattandolo alla stregua di un violentatore, un assassino, un terrorista.

Luca non ha rubato, non ha fatto male a nessuno, non è un individuo pericoloso e questo è più che sufficiente per dire e per urlare che anche un solo giorno in carcere è un giorno di troppo, una violazione ingiustificata della sua e della nostra libertà, contro la quale dovremmo indignarci, combattere, protestare.

Non mi sono mai piaciute le petizioni e le raccolte di firme, soprattutto perché mi sono sempre sembrate inutili, ma questa volta ho firmato, forse non è del tutto inutile, e comunque vale la pena di far sapere a Luca che non è solo.

» Aiutiamo Luca e Davide

» Firma la petizione

» Rassegna stampa: Il Resto del Carlino, Il Corriere della Sera, Il Giornale, Repubblica

La terra degli uomini rossi

“La terra è nostra!”

La terra degli uomini rossi

Appena presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2008 e già uscito in molte sale italiane, La terra degli uomini rossi di Marco Bechis è un film sulle difficili condizioni di vita delle popolazioni guaranì del Mato Grosso e sulla loro lotta per riprendersi la terra.

Espulsi dalle foreste, trattati come intrusi sulle loro terre ancestrali, gli indigeni brasiliani sono soggetti a un inesorabile processo di sotto-proletarizzazione. Vivono nelle riserve. Per due soldi lavorano nelle piantagioni, o nelle case dei bianchi come domestiche. E’ una condizione non molto diversa dalla schiavitù e dall’apartheid, mantenuta anche con la violenza delle ronde, armate da proprietari terrieri e multinazionali.

I giovani indios, inevitabilmente attratti da modelli di vita che non possono permettersi, sono le principali vittime di un malessere che è economico, culturale e personale. E il suicidio resta l’unica via di fuga da un mondo estraneo e incomprensibile.

E’ Brasile ma non solo. Le baracche abusive costruite con teli di plastica, ai margini del mondo dei ricchi delimitato dal filo spinato, rimandano ad altre scene di ordinaria emarginazione, a partire dai campi rom nelle periferie delle nostre città.

Molto bravi gli attori guarani, tra i quali spicca il giovane Abrísio da Silva Pedro, nel ruolo di un ragazzo che studia da sciamano.

Peccato che è stato trascurato un elemento fondamentale sia della cultura indigena, sia della problematica dell’incontro/scontro tra brasiliani indigeni e brasiliani bianchi: la lingua.

Che senso ha utilizzare attori guarani non professionisti, se poi vengono fatti parlare in italiano, con un doppiaggio a dir poco irriguardoso?

Non è solo il fatto che parlano italiano. Il problema principale è che nel film di Bechis come lo vedono gli spettatori italiani, gli indigeni parlano (male) la stessa lingua dei bianchi. Come se la loro lingua fosse uno stadio infantile della lingua dei bianchi. Perché non è stato scelto di lasciare la viva voce dei guaranì almeno mentre parlano tra loro?

Per concludere, ecco le parole di Ambrosio Vilhava, che così risponde a chi gli chiede cosa si aspetta dopo questo film e quali sono le rivendicazioni del popolo guaranì:

“Mi aspetto la demarcazione delle nostre terre. Mi aspetto giustizia per i Guarani-Kaiowá. C’è giustizia - la giustizia dei karai (i bianchi) - solo contro gli indigeni, non a loro favore; quando l’indio va a reclamarla, non viene ascoltato. Le cose principali che mi aspetto sono la terra e la giustizia. Non vogliamo altro. E anche ai Guarani-Kaiowá che verranno, alle prossime generazioni, il film racconterà molto della nostra storia di oggi. Il film è un cammino, come un giorno che nasce, con la luce del sole, per tutti, per tutte le famiglie.

L’intervista completa agli attori è sul sito ufficiale del film.

La terra degli uomini rossi - Birdwatchers è un film di Marco Bechis del 2008. Cast: Abrisio da Silva Pedro, Alicelia Batista Cabreira, Claudio Santamaria, Matheus Nachtergaele, Ademilson Concianza Verga, Ambrosio Vilhava, Chiara Caselli, Fabiane Pereira da Silva. In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2008.

Paolo Rumiz, E’ Oriente

Che cos’è l’Europa? E’ Oriente…

E’ Oriente di Paolo Rumiz è uno dei migliori libri di viaggio che ho letto negli ultimi anni, che mi sento di consigliare soprattutto a chi

  • non sa indicare su una mappa dell’Europa dove si trova la Moldavia,
  • non è sicuro di conoscere la differenza tra Slovenia e Slavonia,
  • non ha mai capito se si dice Kòsovo oppure Kossòvo.

Come il grande Ryszard Kapuściński, Rumiz fa il giornalista, ma la sua vocazione è quella di viaggiatore. E leggendo si comprende quel che è banale per il viaggiatore ma incomprensibile per il turista. Che poco importa se vai a Timboctou o a Bassano del Grappa, perché il viaggio è innanzitutto una dimensione dell’anima che si nutre di lentezza, curiosità, disponibilità.

Ovunque si trovi, la bussola di Paolo Rumiz indica l’oriente. Istanbul e Novi Sad, Vienna e Trieste. Moravia e Bielorussia. Bari e Sarajevo. Il Danubio e la Drina. Oriente d’Europa.

Ma dov’è l’Europa? si chiede Rumiz in Piazza Venceslao a Praga, fra orde di turisti e imbroglioni.

Non qui. questo postaccio mi fa orrore. Devo cercare a oriente. E se ha ragione Havel, se davvero l’Europa è il luogo dove i popoli si addensano, allora anche i muezzin di Sarajevo sono Europa, anche i monasteri sui monti della Moldavia, anche i villaggi sperduti degli ebrei bielorussi, anche il fulvo microcosmo oltre i Tatra. Anche Istanbul. “