«Io ho scoperto una cosa [...] che i processi non si vincono o si perdono in tribunale, ma si vincono e si perdono fuori dal tribunale…»
[Intercettazione di Colucci, ex questore di Genova ai tempi del g8, poi indagato per falsa testimonianza al processo Diaz.]
Non ho nessuna voglia di commentare la sentenza Diaz, del resto non avrei molto da aggiungere a quanto detto da Francesca e Beirut sui rispettivi blog, e pure da Giuseppe d’Avanzo su Repubblica.
Ripetiamo tra noi sempre le solite cose, ma ce le diciamo tra persone che la pensano già allo stesso modo, che leggono i soliti giornali progressisti autoreferenziali, mentre il paese continua ad andare in tutt’altra direzione. E quindi a che serve?
La verità è che non ho proprio più voglia di scrivere, di parlare e tanto meno di fare qualsiasi attività che abbia che fare con la politica italiana.
La situazione è semplice ed è molto chiara a chiunque sia mediamente intelligente, onesto e informato.
La democrazia italiana è una pagliacciata, e la colpa non è (solo) di Berlusconi. Gomorra e Romanzo Criminale non sono favole. Questa è l’Italia di oggi, di ieri e di domani.
Alternative non ce ne sono, né pacifiche né violente, né all’interno dei partiti né fuori, nella società civile o in quella incivile.
Viviamo in un paese politicamente marcio e culturalmente sottosviluppato, in cui la crisi economica avrà ripercussioni che non riesco neppure a immaginare. La gente esulta se gli tolgono l’Ici e vuole l’esercito sotto casa perchè ha paura degli immigrati, anche se a Milano poi siamo praticamente tutti immigrati. Chi sta male si sfoga con chi sta peggio.
Da parte mia so che non c’è più voglia, non c’è più rabbia, non c’è più niente.
A Genova nel 2001 ci hanno fatto capire quanto eravamo coglioni e oggi ce lo ribadiscono. Qualcuno ora sponsorizzerà il ritorno alla lotta politica violenta stile anni settanta, penserà di mettersi a giocare all’intifada. Ovviamente sarebbe soltanto l’ultima patetica e inutile cazzata.
Lo sapevo che Facebook era una di quelle cose di internet che creano serie dipendenze. Lo sapevo, e anche per questo oltre che per una certa forma di snobismo che ti tiene alla larga dalle mode, cincischiavo e rimandavo il giorno in cui avrei aperto questo maledetto account. Sapendo che prima o poi sarebbe arrivato
Il giorno è arrivato ieri, in un momento in cui ho tantissimo lavoro e pochissimo da tempo, eppure è difficile scollarsi da quella maledetta bacheca anche perchè in poche ora finisci per essere subissato di ricordi, di mail, di messaggi a cui proprio non ti puoi sottrarre.
Tipo, fotografie di ormai troppi anni fa in cui mangi da Maria, oppure incontrare il tuo compagno di banco delle elementari dopo 25 anni. Sono cose che accadono davvero e che in linea di principio mi spaventano un po. Ma ormai, ci sono dentro, ho la bicicletta e pedalo.
“21 grammi, il peso di cinque nichelini uno sull’altro. Il peso di un colibrì, di una barretta di cioccolato. Quanto valgono 21 grammi?” (dal film 21 grammi di A. Inarritu)
21 grammi, il peso dell’anima. E’ la quantità di hashish che hanno in tasca Luca Zanotti (21 anni) e Davide D’Orsi (25) allorché sbarcano in Grecia verso la fine dell’estate del 2005, per una vacanza che doveva durare 15 giorni e che non è mai iniziata. E’ iniziato invece un incubo che potrebbe portare i due giovani a scontare più di dieci anni di detenzione nelle prigioni greche.
Luca e Davide vengono arrestati dalla polizia greca con gravissime accuse: traffico internazionale di stupefacenti ai fini di spaccio. La pena prevista per questo reato è superiore ai dieci anni, come un omicidio, una violenza carnale.
Tanto per chiarirci le idee, perché magari non tutti sanno a cosa corrispondono 21 grammi di hashish. Stiamo parlando, correggetemi se sbaglio, di 40, forse 50 spinelli. E’ una quantità assolutamente normale e persino modesta per una vacanza di 15 giorni, per due ragazzi che dopo aver lavorato tutta l’estate vogliono rilassarsi, divertirsi un pò, vedere il mondo, incontrare ragazze, conoscere altri giovani come loro. Insomma nessuna particolare trasgressione. Chi non si è mai fatto qualche spinello, in vacanza, a 20 anni?
Stiamo parlando di canne, cazzo!. Spinelli, petardi, joint, porros, canutos, spini, sbrilli, gighelloni. Non cannoni d’acciaio con cui si ammazza e si distrugge ma piccole cannette di erba verde che certo non sono un toccasana per la salute, ma il cui consumo da parte di persone maggiorenni e informate non dovrebbe essere affare di stati, chiese e aule di tribunale. Luca e Davide non hanno costretto bambini a drogarsi, e non avevano certo intenzione di arricchirsi dedicandosi allo spaccio con una quantità di fumo dal valore commerciale di poco più di 100 euro.
Ebbene, oggi è arrivata la notizia che l’Italia ha concesso l’estradizione. A quest’ora Luca dovrebbe già trovarsi nel carcere di Kalamata in Grecia in attesa del processo. Un processo che, se verrà accolta la richiesta dell’accusa, potrà concludersi con una condanna superiore ai 10 anni.
Questo accade non in qualche paese brutto cattivo e fondamentalista, ma nell’Europa che si riempie la bocca di diritti umani e che non si fa problemi a incarcerare chi si fa qualche canna, trattandolo alla stregua di un violentatore, un assassino, un terrorista.
Luca non ha rubato, non ha fatto male a nessuno, non è un individuo pericoloso e questo è più che sufficiente per dire e per urlare che anche un solo giorno in carcere è un giorno di troppo, una violazione ingiustificata della sua e della nostra libertà, contro la quale dovremmo indignarci, combattere, protestare.
Non mi sono mai piaciute le petizioni e le raccolte di firme, soprattutto perché mi sono sempre sembrate inutili, ma questa volta ho firmato, forse non è del tutto inutile, e comunque vale la pena di far sapere a Luca che non è solo.