
Una settimana a Cuba certo non è certo sufficente per capire un paese in cui tutto sembra andare al contario,
un paese, un mondo a parte che marcia in direzione ostinatamente contraria,
dove le strade non sono tappezzate di Life is Now ma di Che Guevara giganti che glorificano il socialismo e la rivoluzione,
un paese in cui le categorie fondamentali del discorso politico non sono democrazia/dittatura ma rivoluzione/imperialismo
dove nessuno ha paura di fare l’autostop o di raccogliere un autostoppista per strada,
dove non ci sono telefonini e call center,
un mondo in bilico tra l’utopia e lo sfacelo tenuto insieme da una chitarra e una risata,
dove la competizione economica e sociale non esiste,
dove vedi la povertà ma non vedi mai la poverta estrema e la disperazione
dove aprire una bottega di falegname o un bed and breakfast è più difficile che scalare l’Himalaya
un mondo che è altro rispetto al nostro mondo, ma anche rispetto a quel socialismo dal volto inumano che c’era una volta in Urss o in Cina
Capisco l’insofferenza di molti cubani, che vorrebbero un tenore di vita più decente, vagamente simile a quello dei turisti con cui si soffermano volentieri a chiacchierare. I turisti più o meno responsabili, più o meno nostalgici, più o meno sessuali, che tengono a galla l’economia cubana a forza di birre e aragoste.
Capisco il calciatore della nazionale cubana che negli Stati Uniti per una partita decide di non tornare e accettare la proposta di una squadra di Miami. Potrà guadagnarsi da vivere piuttosto bene facendo semplicemente quello che gli piace: giocare a pallone.
Capisco il medico che inizia a scoglionarsi, quel medico che col suo lavoro tiene in piedi il servizio sanitario pubblico migliore dell’America Latina e orgoglio della Rivoluzione. Quel medico che guadagna poche decina di dollari al mese, e che in una clinica privata dell’Arkansas o del Lussemburgo avrebbe uno stipendio con tre o quattro zeri in più.
Ma poi, una passeggiata sul malecon (il lungomare dell’Havana) a una qualsiasi ora del giorno e della notte con le serenate cantate con la chitarra, i ragazzi che amoreggiano, le famiglie che prendono il fresco, bambini, ragazzi, adulti e anziani. I cubani che vivono le strade della città 24 aore al giorno sono l’immagine più lontana dall’infelicità che si possa immaginare.
E allora capisco anche quella ragazza cubana che sposò un vigile urbano di Segrate molto simpatico, ma che dopo due mesi di depressione padana sarebbe tornata a Cuba anche a nuoto.
Capisco quel ragazzo coi capelli rasta conosciuto nelle strade dell’Avana vecchia, checerca di guadagnarsi da vivere facendo l’artista e che ha vissuto per un paio d’anni a Modena e poi a Barcellona. Non sembra proprio un nostalgico della rivoluzione, ma poi ci confessa: sono contento di aver avuto la possibiltà di viaggiare, (non è facile per i cubani uscire dall’isola), ma nonostante tutto il posto migliore per vivere è Cuba.
E allora, cosa pensare? Per uno straniero, un viaggiatore, un turista Cuba è ovviamente un paese fantastico, per i cubani… non è il paradiso ma ci sono molti posti peggiori in giro per il mondo, e non molti migliori, specialmente se nasci con poche risorse economiche. La povertà e il malcontento sono diffusi ma la miseria e l’emarginazione non esistono. Se dovessi nascere povero non avrei dubbi: sceglierei L’Avana piuttosto che Secondigliano (leggere Gomorra).
Ma ecco la contraddizione più esplosiva. Cuba rifiuta il capitalismo ma per restare a galla ha bisogno dei turisti dei paesi capitalisti e di accordi commerciali con le multinazionali più imperialiste del pianeta (es: la Pernod Ricard che detiene il 50% dell’azienda cubana più famosa nel mondo, quella che produce il rum Havana, o Melia, la grande catena alberghiera spagnola).
A Cuba le cose prima o poi cambieranno, perché il capitalismo ha vinto ovunque e probabilmente ha già vinto anche a Cuba, perché il capitalismo piano piano conquista l’anima e la testa delle persone, nonostante un’informazione controllata e una propaganda che fa sorridere i turisti, soprattutto quelli della nostalgia socialista, ma che dopo 50 anni ha stancato il popolo cubano, che è fatto di persone perfettamente in grado di ragionare con la propria testa.
Sarebbe bello che Cuba cambiasse senza rinunciare alle conquiste della rivoluzione, e senza che i cubani debbano rinunciare a quel loro stile di vita unico al mondo. Mi piace pensare che possa esistere almeno un paese dove la vita non venga ridotta a una competizione individuale, dove il tempo libero si spende a suonare la chitarra per strada e non davanti a una playstation.
Mi viene in mente un altro episodio a cui ho assistito all’Avana. Una macchina non rispetta lo stop e taglia la strada a un altro veicolo. Abituato agli automobilisti milanesi con la bile gonfia come un’anguria, mi attendo insulti, magari una scazzottata. Quando mi capita qualcosa del genere ho sempre il timore che qualcuno tiri fuori coltelli o qualcosa di peggio, sono sempre spaventato e sconcertato dalla gente disposta ad ammazzarsi per i motivi più futili. E invece all’Avana dopo l’inchiodata e la clacsonata ecco che i due guidatori esplodono all’unisono in una grassa risata. Rido anch’io.
Per concludere, mi concedo una caduta di nostalgia, sperando che anche domani i cubani e il mondo intero possano cantare con Silvio Rodriguez e Pablo Milanes:
Puede que algún machete
se enrede en la maleza,
puede que algunas noches
las estrellas no quieran salir,
puede que con los brazos
haya que abrir la selva,
pero a pesar de los pesares, como sea:
¡Cuba va! ¡Cuba va!
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Tags: viaggi, zack di zack
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