Come Francesco Rosi fece un film capolavoro su Salvatore Giuliano senza mai mostrare il bandito, Matteo Garrone ha fatto un grande film sul sistema camorra senza mai pronunciare la parola ‘camorra’, un film politico senza mai nominare la politica e i politici. E’ una questione di prospettiva. Il cinema dei grandi è quello che ti fa calare nella realtà immerso in una prospettiva imprevista.
Vedere Gomorra (e va visto al cinema) significa scendere nelle viscere del Sistema, sentirne l’odore. E’ l’odore dei rifiuti tossici, l’odore dei soldi, l’odore del sangue. L’odore di polvere di Secondigliano e della carne umana macellata. Corpi indottrinati, schiavizzati e immolati per il business di qualcuno, il benessere di molti.
Spiegare la camorra non è semplice, ci è riuscito sicuramente bene Saviano nel suo libro, pur lasciando tanti interrogativi e la sensazione che combatterla è un impresa tanto necessaria quanto disperata. Rispetto al libro, nel film di Garrone le immagini prevalgono sull’inchiesta, le emozioni sul ragionamento. Forse proprio per questo il film Gomorra risulta così potente, in modo diverso rispetto al libro, di cui pure è trasposizione fedele.
Anche quando affronta un tema socialmente impegnato, il cinema di Garrone mantiene una dimensione esistenziale e una profondità glaciale, ma non cinica, nella rappresentazione psicologica dei personaggi. E così Gomorra non è soltanto un film sulla camorra, ma quasi un’analisi psicoanalitica di una società e di un’umanità terrorizzata e terrorizzante. Un film unico nel suo genere, per il cinema italiano e non solo, potente quanto basta da poter vincere la palma d’oro.
Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited, Usa, 2007) è un film di Wes Anderson con Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman
“Che ci fate da queste parti? Be’, direi che eravamo venuti a fare un viaggio spirituale”
“Che succede? Non lo so, mi sa che il treno si è perso”
Irresponsabili, fragili, spaesati, inadatti al mondo al limite della demenza. Lo sguardo perplesso di Bill Murray, il volto tumefatto e bendato di Owen Wilson. Da I Tenembaum a Il treno per il Darjeeling, passando per Le avventure acquatiche di Steve Zissou, nei film di Wes Anderson tira sempre una brezza di scanzonata malinconia.
Il treno per il Darjeling è una storia esile e improbabile. E’ un road movie, il viaggio in treno dei tre fratelli Whitman attraverso l’India del nord. E’ una commedia dall’umorismo sofisticato, irreverente senza cinismo. E’ la storia di una fuga e di un’indolente (e fallimentare?) ricerca spirituale.
Si naviga un pò alla deriva, tra i flutti del mondo incomprensilbile. Alla fine abbiamo l’impressione che il treno non vada da nessuna parte, ed è giusto che sia così, perché il senso del viaggio è nel viaggiare.
Il vento fa il suo giro (Italia, 2007) è un film di Giorgio Diritti.
“Il vento fa il suo giro e ogni cosa prima o poi ritorna”
“Io non faccio vacanze, faccio formaggio”
“A me la parola tolleranza non piace”
Il cinema Mexico si trova dalla parte opposta di Milano e non c’è neanche la metropolitana vicino. E così, nonostante 11 mesi di programmazione senza interruzione, non mi ero ancora smosso.
Poi, una domenica pomeriggio di fine aprile, con la città soleggiata e deserta, ho preso la metro verde fino a Porta Genova, ho attraversato il ponte di ferro sopra la stazione, ho percorso una via Savona addormentata, fino al Cinema Mexico. Ho comprato il biglietto e sono entrato alle 18.20 in una sala già buia e, con mia sorpresa, piena per una buona metà.
Il film era Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti. Da quasi un anno sta riscuotendo un successo di pubblico basato esclusivamente sul passaparola degli spettatori. Nessun manifesto per strada, nessun trailer o spot in televisione, scarsissimo interesse dei media.
Il vento fa il suo giro racconta la vicenda di un pastore di capre francese che decide di trasferirsi con la propria famiglia sulle alpi piemontesi nella valle del Monviso, dove si parla ancora la lingua occitana. Una scelta anticonfomista quella di allevare capre. Una scelta non facile e un lavoro faticoso potendo contare solo sulle proprie forze e sulla propria ostinazione, mentre il mondo va in tutt’altra direzione. Il francese e la sua famiglia dovranno fare i conti con i problemi d’integrazione con la popolazione locale, tra invidie e incomprensioni, con un’economia e ritmi di vita ormai sintonizzati sulle esigenze del turismo delle seconde case.
I problemi della tolleranza e della convivenza tra uomini, culture e visioni del mondo differenti, gli stessi conflitti che riguardano le città, le metropoli e ogni comunità umana vengono affrontati con occhio antropologico stringendo l’obiettivo su un piccolo villaggio di montagna. E’ il cinema che ci permette di fare quello che non sempre riesce nella vita reale; guardare il mondo con gli occhi degli altri.
Il valore di questo film è pari soltanto alla miopia della grande distribuzione monopolista, secondo cui Il vento fa il suo giro non meritava di essere proposto nelle sale italiane, nonostante i successi nei festival internazionali e le buone critiche ricevute. Solo in poche città e poche sale indipendenti è stato possibile vederlo.
Cover Boy: l’ultima rivoluzione è un film di Carmine Amoroso con Eduard Gabia, Luca Lionello, Chiara Caselli, Luciana Littizzetto. Italia, 2007
“Qui in Italia, se non c’hai il culo parato, se non c’hai la famiglia che ti aiuta, puoi essere uno straniero in patria”
E’ da almeno un anno che il cinema italiano sta cercando di parlare del precariato. Ci aveva provato Soldini con Giorni e Nuvole, da qualche settimana è nella sale Tutta la vita davanti di Virzì. Tentativi a mio parere non del tutto riusciti.
Non tutti sanno che, sullo stesso argomento, c’è un film che da quasi due anni gira per i festival di mezza Europa riscuotendo applausi e consensi sia dalla critica che dal pubblico. Questo film è Cover Boy - L’ultima rivoluzione di Carmine Amoroso, regista abruzzese alla sua opera seconda.
Cover Boy è la storia di un’amore ai tempi della globalizzazione, ambientato tra l’Italia e la Romania, in quella zona invisibile di sottoprecariato che unisce trasversalmente est e ovest, nord e sud, primo mondo e terzo mondo, paesi ricchi e paesi poveri.
Ioan arriva a Roma da Bucarest, non conosce nessuno e senza un euro in tasca si aggira spaesato intorno e dentro la Stazione Termini. Qui si scontra con un addetto alle pulizie. E’ Michele, lavoratore precario e incattivito, interpretato da un bravissimo Luca Lionello. “Siete nati là, state là!” è l’idea di Michele sugli immigrati. E’ la guerra, il conflitto tra poveri che caratterizza la fase attuale di un capitalismo senza coscienza di classe.
Alla soglia dei quarant’anni l’italiano Michele è un emarginato quanto l’extracomunitario Ioan. Michele è un fantasma che si aggira con la vespa per le vie della capitale, un lavoro di merda appena sufficente a sfamarsi e pagare l’affitto di una stanza in periferia, la vita perennemente appesa al filo di un rinnovo.
Superata la diffidenza, Michele accetta di subaffittare a Ioan il suo divano, qualche euro in più gli fa comodo. Con la convivenza, tra i due si va instaurando un rapporto d’amicizia fragile e ambiguo quanto prezioso. Michele sembra trovare in Ioan nuovi stimoli, prova nuovamente sentimenti ed emozioni che aveva messo da parte, e che risvegliano un’omosessualità non del tutto accettata.
La situazione precipita quando la ruota della fortuna sembra girare dalla parte giusta per Ioan, ingaggiato come modello per una campagna pubblicitaria. La partenza per Milano di Ioan rischia di far crollare il castello dei sogni e getta nuovamente Michele nel deserto del reale. Anche l’amicizia è precaria, anche l’amore, anche i sogni.
Come Rossellini e De Sica cinquant’anni fa, Amoroso riesce a dar voce e volto agli invisibili. Quello che oggi non riesce a fare la politica, relegata a rumori di fondo provenienti da una televisione che qualcuno ha dimenticato di spegnere.
Se questo mese avete tempo per vedere un solo film italiano, andate a vedere Cover boy! Uscito in sordina senza pubblicità e manifesti, sta riscuotendo buon successo anche di pubblico, nonostante la distribuzione limitata a una decina di sale in tutta Italia.