[Moby Dick] L’oceano mistico
Brutta scimmia, - disse un ramponiere a uno di questi giovani, - siamo in viaggio da quasi tre anni, e non hai ancora avvistato una balena. Quando sei di vedetta tu le balene sono rare come i denti delle galline. - Forse era proprio così, o forse ce n’erano intere mandrie sul lontano orizzonte; ma questo giovane distratto è cullato in una tale inerzia oppiacea di fantasticherie vuote e incoscienti dalla cadenza armoniosa di onde e pensieri, che alla fine perde la sua identità, prende l’oceano mistico ai suoi piedi per l’immagine visibile di quell’anima profonda, azzurra e infinita che pervade l’uomo e la natura; e ogni cosa strana, intravista, fluttuante e bella che gli sfugge, ogni pinna di incerta forma che si leva ed è confusamente avvistata, gli sembra l’incarnazione di quei pensieri elusivi che popolano l’anima solo di passaggio. In questo stato d’animo incantato il tuo spirito rifluisce da dove è venuto, si diffonde nello spazio e nel tempo, e come le ceneri panteiste disperse di Wycliff diventa alla fine parte di ogni spiaggia del mondo intero.
Non c’è vita in te adesso, a parte quella, cullante, conferita da una nave che rolla docemente, e a sua volta la prende a prestito dal mare, e il mare dalle imperscrutabili maree di Dio. Ma se, mentre ti avvolge questo sonno, o questo sogno, ti azzardi a muovere di poco un piede o una mano, perdi la testa, e la tua identità ritorna, orripilata. Sei sospeso su vortici cartesiani. e forse, a mezzogiorno, in un tempo splendido, con un grido mezzo strozzato precipiti attraverso quell’aria trasparente nel mare estivo, per non rialzarti mai più. State attenti, panteisti!
Moby Dick, Herman Melville, cap XXXV. Traduzione di Lara Fantoni

Moby Dick e’ almeno tre libri in uno. Un manuale di caccia alla balena, una grande avventura per mare ed infine la storia psicologica di un’ossessione, quella di Achab per la balena bianca. La narrazione e’ di Ismaele, marinaio imbarcatosi sul “Pequod”, baleniera di Nantucket, per un lunghissimo viaggio intorno al mondo a caccia di capodogli. E’ lui che introduce il lettore a tutti i segreti dell’arte di cacciare la balena con autorevoli citazioni di libri di esimi naturalisti e con una minuziosa ( e mai noiosa) descrizione dell’anatomia della balena, delle fasi precedenti e successive alla cattura dell’animale, fino all’estrazione del prezioso olio dal grasso del cetaceo ed allo stivaggio dello stesso.
L’avventura per mare e’ entusiasmante : le scene di caccia, i luoghi, gli incontri con altre navi, le tempeste e soprattutto la vita di bordo sono rese alla perfezione con uno stile ricercato ma al tempo stesso essenziale. Personaggi come il maestro d’ascia, indifferente a uomini ed eventi, il “selvaggio” Quiqueg, buono e coraggioso, ed i tre ufficiali di Achab, Flask, Stubb e Starbuck, si stagliano sullo sfondo del romanzo con vita e psicologia propria. Ed infine la scena madre della caccia finale che , fra inseguimenti ed assalti mozzafiato, chiude contemporaneamente il viaggio del Pequod e la particolare vicenda psicologica di Achab. Ed e’ proprio nella definizione dell’ossessione del Capitano Achab che il romanzo di Melville acquista i toni della tragedia sofocliana. La figura di Achab, che corre consapevlmente verso il proprio rovinoso destino si confonde con quella di Edipo.
E’ blasfemo affermare che la traduzione di Cesare Pavese, lirica in molte parti del libro, di tanto in tanto pare appesantire il racconto ?