“…l’indignazione sui fatti tibetani da dove nasce? Da una reale partecipazione, o dalla vendita di un altro brand, come si trattasse di spazi pubblicitari spendibili sul pubblico televisivo? …”
Da beirut alcuni interessanti articoli sulla questione cinese-tibetana. I nostri media si scandalizzano per la repressione in Tibet ma tacciono su altre violazioni. Perché il Tibet è un brand di successo.
E’ vero. Nell’arena mediatica i diritti umani e le lotte indipendentiste non sono uguali per tutti. Certe cause hanno un appeal più forte di altre e i motivi che ci sono dietro l’indignazione sono anche di opportunismo politico. Basti pensare che il governo D’Alema consegnò alla Turchia Ocalan, che è un po come se consegnassimo il Dalai Lama alla Cina. Ma nessuno si scandalizzò.
Poi sono d’accordo anche sul fatto che in Italia si raggiunge il culmine dell’ipocrisia. Come si fa a impartire lezioni di democrazia e diritti umani in giro per il mondo, nel paese della Diaz, di Bolzaneto, di Aldrovandi, di Piazza Fontana? E’ un pò come Bush, che attacca Fidel sui diritti umani mentre le più gravi violazioni a Cuba avvengono nel suo retrobottega di Guantanamo.
Tornando al Tibet e ai nazionalismi vari…
Le rivendicazioni nazionaliste, che siano tibetane o longobarde, che siano più o meno fondate da un punto di vista storico e culturale mi sembrano sempre becere, perché fondate sull’idea che gli stati debbano essere etnicamente e culturalmente uniformi. Ogni progetto di stato basato su appartenenza etnica o religiosa è aberrante. Detto questo credo che i tibetani abbiano diritto se non all’indipendenza a una certa autonomia, al rispetto per la loro cultura, a non essere discriminati, a non essere massacrati, arrestati, torturati. Come anche gli uiguri, e i curdi, e così via.
Diverso il discorso sui baschi, citati tra i popoli in lotta per l’autonomia che non godono di buona stampa. I baschi l’autonomia ce l’hanno, ed è un’autonomia ampia. La loro lingua è lingua ufficiale dello stato, insegnata nelle scuole pubbliche, parlata nelle strade, all’università e negli uffici pubblici. Hanno canali tv e mezzi di comunicazioni in lingua basca finanziati da risorse pubbliche, sono rappresentati in parlamento e nei governi nazionali e regionali, possono svolgere attività politica, sono liberi di sollevare pietre e conservare le loro tradizioni ancestrali. No, proprio non mi pare che siano un popolo oppresso.