Un film di Silvio Soldini con Antonio Albanese e Margherita Buy
Italia, 2007
“Io sono nella merda, ma TU SEI una merda!”
E’ una delle migliori battute di Antonio Albanese, nei panni di Michele, padre di famiglia e dirigente d’azienda un pò troppo corretto, scaricato dal suo socio (la merda) e costretto a scoprire a quarant’anni inoltrati come ci sente nel ruolo di disoccupato e precario.
I ventenni e trentenni che conoscono bene questa situazione perché non hanno mai vissuto scenari che non contemplino la flessibilità, non riescono più di tanto a comprendere il dramma di un uomo di mezza età che improvvisamente deve rinunciare alla barca e all’appartamento di lusso.
Ma quello che è interessante nell’ultimo film di Soldini, non è la problematica economica connessa alla precarietà ma piuttosto il problema dell’identità in un contesto sociale che classifica le persone in base al lavoro.
Nel momento in cui Michele perde il lavoro, è la sua identità e le relazioni con il suo ambiente sociale che vanno in frantumi, perchè queste relazioni erano costruite esclusivamente intorno al suo status di dirigente d’azienda. Michele non riesce a dire agli amici ciò che gli è accaduto perché perderebbe immediatamente la loro stima.
Essere disoccupati è come avere una malattia, un cancro. Tutti ti chiedono come stai, tutti vorrebbero aiutarti, tutti ti compatiscono, tutti ti guardano come se fossi un lebbroso. Ogni conversazione e ogni silenzio parla del fatto che tu sei senza lavoro. E finisci per vederti come ti vedono gli altri. E deprimerti.
Michele entra in crisi non tanto per le rinuncie che deve fare, non più di tanto per il fatto di dover vendere la barca e tirare la cinghia. La crisi di Michele è legata alla necessità di ricostruirsi un’identità e di rimettere in discussione le relazioni con amici e famigliari.
Non gli resta altra scelta che abbandonare un’ambiente che lo rifiuta, in cui ormai viene trattato come un inferiore, che magari si aiuta ma non si può accettare come eguale. E allora Michele inizia a frequentare persone nuove che almeno non lo giudicano per quello che ha perso. Solo con gli sconosciuti riesce a ricostruire delle relazioni umane.
Lo scenario in cui viviamo è quello di una società che ha sempre meno bisogno di lavoratori (almeno nei paesi a capitalismo avanzato) ma che giudica sempre più le persone in base al lavoro che svolgono. Ed e’ una società che genera depressione, emarginazione e conflitto.
Giorni e nuvole descrive questo scenario, ma non arriva a criticarlo. Michele ne è vittima, ma non arriva a ribellarsi.
Credo che questo sia un limite del film di Soldini. C’è bisogno di critica e c’è bisogno di ribellione, e c’è bisogno di un cinema che dia voce a questo bisogno. Una rivoluzione copernicana, che metta al centro l’uomo che si ribella, non l’uomo che lavora.
Recensione di Enrico Zacchetti
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posso aggiungere il link alla mia recensione?
Nient’altro che la verità, senza stereotipi
@tupet
bella la tua recensione, condivido in buona parte.
Però c’è una cosa che non mi convince in questo film, il fatto di accettare questa idea che un essere umano si realizza solo nella carriera.
e se provassimo a considerare la situazione da un altro punto di vista? voglio dire e se perdere il lavoro per il nostro michele non fosse una sventura ma una fortuna?