Sarà perché la mia religione mi impone di non essere mai d’accordo col papa e con quel reazionario di Bagnasco, sarà perché il modello di lavoro fordista che esaurisce nel lavoro la funzione sociale di un essere umano mi pare ancora peggio, ma io non sono contrario alla flessibilità nel lavoro.
Il problema mi pare piuttosto di garantire la flessibilità da entrambe le parti. Troppo spesso la flessibilità è a senso unico. Se il lavoratore è flessibile l’azienda per cui lavora non lo è affatto.
E’ anche per questo che gli inni di Montezemolo e degli imprenditori in nome della dea Flessibilità e del dio Mercato suonano così ipocriti alle nostre orecchie di lavoratori precari.
Noi (trentenni precari e bamboccioni…) siamo flessibili e lo siamo sempre stati. E i nostri datori di lavoro?
Va bene essere flessibile, va bene lavorare a progetto ma allora perchè bisogna accettare che l’azienda ci imponga un orario di lavoro, ci dica quando andare in bagno, quando fare la pausa pranzo, quando andare in ferie, tradendo la cosiddetta legge Biagi che dovrebbe garantire l’autonomia del lavoratore a progetto. Per non parlare della scandalosa vaghezza dei progetti usualmente inseriti nei contratti.
Inoltre, mi va benissimo essere giudicato sui risultati, accetto persino di addossarmi una parte del rischio imprenditoriale, ma per questo trasferimento del rischio l’azienda deve riconoscermi qualcosa.
Il lavoratore precario deve guadagnare di più per compensare il rischio cheprende su di se e di cui libera l’azienda. Gli stipendi invece sono quasi sempre scandalosamente bassi.
Se vogliamo la flessibilità, ci vogliono anche ammortizzatori sociali e sussidi per i precari che rimangono senza lavoro. In effetti in una società post-industriale basata non più sul lavoro e sulla produzione industriale ma sul consumo, il nocciolo della discussione, non può essere più il diritto al lavoro (banalmente perché non c’è e non ci sarai mai lavoro per tutti), ma il diritto al reddito.
Anche per questa ragione, un governo riformista dovrebbe mettere in cima all’agenda il problema casa.
Esisterà pure qualche bamboccione che preferisce stare a casa con mamma, ma vorrei vedere Padoa Schioppa tirar su casa e famiglia con 800 euro in busta paga un mese si e due mesi no .
Trent’anni fa meno di un quarto dello stipendio di un operaio era sufficente per affittare una casa dignitosa per una famiglia. Oggi lo stipendio di un giovane e brillante trentenne con laurea, master ed esperienza può non bastare ad affittare una sudicia camera in un appartamento di periferia. Tutto questo per cause molteplici, tra cui le speculazioni immobiliari degli ultimi dieci anni, certamebte favorite anche dal silenzio e qualche volta dalle connivenze della politica.
Sul problema della casa però non ho ancora sentito una parola vagamente sensata né di Prodi né di Veltroni, il rinnovatore della politica appena sbarcato da Alpha Centauri.
Pare invece finalmente terminata l’incomprensibile polemica sull’insignificante protocollo sul welfare (è proprio il caso di dire tanto rumore per nulla).
Per quanto riguarda Legge Biagi e lavoro precario il governo, pressato dalla cosidetta ’sinistra radicale’ che tanto affligge gli editorialisti di Repubblica e Corriere, pare abbia deciso di mettere un limite di tempo e di rinnovabilità ai contratti a progetto.
Idea geniale. Dopo i 36 mesi l’azienda potrà decidere se assumere il lavoratore precario a tempo indeterminato o sostituirlo con uno stagista promettente e smanioso di farsi largo. E così, da trentenni precari diventeremo trentacinquenni disoccupati. Ancora una volta non ci resterà che appellarci a San Precario.
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