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Vonnegut - Mattatoio n.5 [libri]

Il bombardamento di Dresda
L’11 settembre 2001 a New York morirono in 2.600. A Hiroshima la bomba atomica uccise più di 70 mila persone.

Come numero di vittime, nessuno di questi tragici eventi è paragonabile al bombardamento che ha subito la città di Dresda tra il 13 e il 14 febbraio 1945: 135 mila morti.

In genere quando si parla di Dresda, il discorso viene liquidato dicendo che gli Alleati non avevano scelta, che Hitler stava combinando ben di peggio e che andava fermato con qualsiasi mezzo. Anche se a Dresda non vi erano fabbriche di armi né obiettivi militari.

In ogni caso, evitabile oppure no che fosse, quella fu la pioggia di bombe più violenta che una città abbia mai subito nella storia di tutte le guerre.

Vonnegut, Mattatoio n.5Mattatoio n.5 è un romanzo di Kurt Vonnegut che parla del bombardamento di Dresda.

Vonnegut era all’epoca un militare americano. Fatto prigioniero dai tedeschi ebbe la sventura di assistere in prima persona (e dal basso) al bombardamento di Dresda. Ebbe anche l’incredibile fortuna di sopravvivervi. In questo libro si racconta la vicenda in un modo molto particolare in bilico tra il reportage, il diario e il racconto di fantascienza.

Leggi la recensione di Mattatoio n.5 di Kurt Vonnegut
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Tajine di pollo e frutta [cucina]


Ingredienti per 4 persone

Un pollo di circa 2 kg ripulito e tagliato in 8 pezzi, 1 cipolla grossa, 8 albicocche secche, 8 prugne secche, 2 cucchiai di uva sultanina, 1 arancia spremute, 4 limoni spremuti, paprika, curcuma, zenzero, prezzemolo, menta fresca, pepe, sale, cannella.

Preparazione

Tagliare la cipolla e metterla nel tajine insieme a olio d’oliva, curcuma, zenzero, paprika e un pizzico di cannella. Nel frattempo, in una padella ben calda rosolare i pezzi di pollo per un paio di minuti. Aggiungere nel tajine il pollo, quindi la frutta secca, la menta e il prezzemolo tritato. Aggiungere un pizzico di pepe e sale e ricoprire tutto con il succo d’arancia e limone.

Coprire il tajine con il coperchio e far cuocere a fuoco basso per almeno un’ora e mezza controllando ogni tanto e girando i pezzi di pollo.

Servire in tavola il tajine ben caldo e fumante. Accompagnare con riso o cous-cous.

Il buio nell’anima [film]

Un film di Neil Jordan con Jodie Foster
Titolo originale: The Brave One (Usa, 2007)


Attenzione: di seguito viene in parte rivelata la trama del film.

Erica Bain (Jodie Foster) ha un bel lavoro e un fidanzato che adora e che l’adora. Lavora alla radio e registra i suoni e le voci di New York. Erica ama New York, la sua città. Ma una sera Erica e David restano vittime di una brutale e insensata aggressione notturna nel parco. David muore e quando Erica esce dal coma, New York è diventata una metropoli gotica e violenta.

Erica per la prima volta in vita sua ha paura, una paura che la rende estranea a se stessa. Anche New York le diventa estranea. Erica compra una pistola e vede materializzarsi i fantasmi delle sue paure. Come se fosse una predestinata, si trova ad assistere al peggio che una metropoli può offrire: omicidi, violenze, sopraffazioni, the dark side of New York.

Erica spara. Uccide i cattivi, i criminali senza morale. Erica non è un amichevole supereroe di quartiere ma un cupo giustiziere che ha perso ogni fiducia in se stessa e nel genere umano. Almeno finché non incontra l’umanità nelle sembianze del detective Mercer, il solito poliziotto di colore, onesto e di sani principi democratici.

Il tema affrontato non è nuovo: la vendetta come forma di giustizia in un mondo ormai privo di riferimenti morali. Non si può non ricordare Robert de Niro in Taxi Driver, capolavoro di Scorsese in cui, tra l’altro, compariva Jodie Foster bambina.

Ma se in Taxi Driver la prostituta bambina rifiuta l’aiuto del giustiziere che finisce la sua corsa folle e disperata in manette dopo aver fallito il suicidio, in Il buio nell’anima il regista Neil Jordan non ha il coraggio di andare fino in fondo sulla strada dell’amoralità, del pessimismo, della umana e folle disperazione.

E inserisce a fianco di Erica Bain/Jodie Foster il personaggio del detective Mercer. L’onesto poliziotto non accetta che qualcuno svolga il lavoro al suo posto, si mette sulle tracce del giustiziere misterioso, si imbatte infine nell’insospettabile Erica. Ma quando Erica sta per compiere la sua vendetta, il detective Mercer la aiuta a terminare l’opera. Il buon poliziotto che sa fare il suo mestiere sa anche quando, in nome della giustizia, è giusto infrangere le regole del suo mestiere, impara che qualche volta in nome della morale ci si deve elevare al di sopra della morale.

In questo film molto americano, l’irlandese Neil Jordan tenta di affrontare un tema politicamente scorretto in modo politicamente corretto, spalmando il bene e il male su tutte le minoranze di New York. Erica è una donna bianca, il suo fidanzato è un giovane medico di origine indiana, il poliziotto buono è nero, le vittime di Erica (i cattivi) sono bianchi adulti affermati e ragazzi neri di periferia. I teppisti del parco sono ispanici, ma ispanica è anche la ragazza che aiuta Erica a compiere la sua vendetta. Insomma un puzzle etnico dominato dal timore di offendere qualcuno, che rende tutto il film un pò fragile, per non dire ridicolo.

Nel finale poi appare evidente la voglia di mettere tutto al suo posto, fornendo una visione manichea, persino rassicurante, dove è troppo facile distinguere il bene dal male. Erica e New York ottengono la loro giustizia in forma di vendetta e ricevono l’assoluzione del detective Mercer, il poliziotto onesto che incarna le virtù civiche e morali. Fino al punto di capire che qualche volta si devono trasgredire quelle virtù in nome della giustizia.

Tutto questo ricorda un pò il discorso che è stato fatto in America per giustificare Guantanamo e l’intervento in Iraq. Noi siamo i paladini della libertà e della democrazia ma per liberare il mondo dai terroristi dobbiamo capire, in nome della libertà, che qualche volta è necessario torturare e imprigionare, che in nome della democrazia è democratico bombardare. In nome della pace, fare la guerra.

I momenti migliori del film riguardano invece il modo in cui viene rappresentata la trasformazione della New York di Erica. La polis multietnica e umana, la “città più sicura del mondo” si trasforma in girone infernale nel momento in cui la paura si impossessa di Erica. Nella metropoli c’è tutto il bene e tutto il male. Se la metropoli è qualcosa che muta incessantemente, è anche il nostro sguardo che cambia e la fa apparire diversa a seconda delle passioni che dominano di volta in volta il nostro mondo interiore.

Recensione di Enrico Zacchetti

LINK
La giustiziera Jodie Foster su Repubblica TV
Il buio nell’anima su Trovacinema
Il buio nell’anima - sito ufficiale del film

[cucina] Wok - Vitello saltato con verdure


Ingredienti per 4 persone:

600 g di carne di vitello, 1 peperone verde, 1 peperone rosso, 2 zucchini, 1 peperoncino fresco piccante, 2 carote, 2 cipolle, sedano, aglio, prezzemolo, zenzero, salsa di soia, 2 lime, prezzemolo, olio d’oliva, sale.

Preparazione:

Tagliare la carne a listarelle sottili. Tagliare le verdure a fiammifero. Tritare il prezzemolo. Ridurre in polvere lo zenzero con una grattuggia.

Scaldare il wok a fuoco vivo, versare un cucchiaio d’olio d’oliva e ruotare la pentola per distribuirlo uniformemente. Fare saltare le verdure poco alla volta insieme allo zenzero, al peperoncino e a uno spicchio d’aglio.

Togliere le verdure dal wok e far saltare la carne per alcuni minuti nel wok ben caldo, seguendo lo stesso procedimento.

Quando la carne è pronta, aggiungere nel wok le verdure insieme alla carne, un cucchiaio di salsa di soia e il succo di lime, e far saltare a fuoco vivo ancora un paio di minuti.

A fine cottura aggiungere il prezzemolo tritato. Servire in tavola con la salsa di soia, peperoncino fresco e qualche spicchio di lime.

Il piatto sa accompagna bene con spaghetti di soia, tagliolini o riso. Si consiglia un vino bianco leggermente fruttato e aromatico.


[calcio] Chiorri, un marziano blucerchiato a Cuba



Il 23 settembre 2007, alla vigilia del derby Sampdoria-Genoa, esce sul Manifesto questa intervista ad Alviero Chiorri, bandiera blucerchiata dei primi anni ottanta.

L’ex marziano doriano

 

 

 

 

Alviero Chiorri, genio e sregolatezza del calcio degli anni ‘80. “Quando giocavo pensavo alla gente allo stadio, queste cose sono nel dna. Gli spettatori vogliono divertirsi e da me si aspettavano sempre qualcosa di bello. Entravo in campo per loro”


Il marziano, il freak, il ribelle, il genio. Di sicuro c’erano i suoi riccioli, i suoi calzettoni tirati giù e una immensa voglia di giocare per stupire il pubblico. Un artista del calcio, un fantasista, un numero dieci, dentro e fuori dal campo. Alviero Chiorri, esteta del colpo, talento espresso ma carriera al di sotto delle sue possibilità, è comunque rimasto negli anni un mito di fantasia e anticonformismo per tutti i sampdoriani, ma anche per quei genoani che alla parola Chiorri, associano immediatamente ricordi e aneddoti: derby, altri tempi, fine 70, primi anni 80. Era mancino e indossava sempre due scarpini diversi: nella destra i sei tacchetti, scarpa pesante, ben piantata a terra per garantire l’equilibrio. Nel sinistro i tredici tacchetti: scarpa leggera e libera di inventare, senza zavorre. Giocò anche con Lippi: la sua squadra di calcio a Cuba, composta da italiani, gioca con le casacche della nazionale italiana fornite proprio dal tecnico campione del mondo.

Romano, 48 anni, vive a Cuba da ormai 15 anni. E’ a Roma dalla sua famiglia, per qualche giorno.
Sarai mica tornato apposta per il derby?
No, purtroppo andrò via prima, lo seguirò a Cuba e non sarà la stessa cosa. Il derby è sempre stata una partita particolare, sentita, qualcosa di diverso a Genova. Epici i tuoi duelli con Gorin, terzino genoano, scomparso nel 2002.
Sì, erano belle sfide. Ci si affrontava in campo, c’era molto rispetto, eravamo amici. Dopo la partita si andava in piazza Tommaseo, c’era un locale con piano bar e lì suonavano i New Trolls. Altri tempi. Era un calcio diverso. Più giocato, più divertente. Altri presidenti, Fossati, Mantovani (che quando cedette Chorri gli confessò, lacrime agli occhi, “sei stata la più grande delusione della mia vita”).
Era tutto molto diverso. C’erano anche i vari Anconetani, Rozzi: presidenti che prima di essere imprenditori erano tifosi. Avevano la passione prima di tutto. Tu hai smesso nel 92, dicendo che questo calcio non ti divertiva più.
Sì, mi sembrava fosse diventato un calcio giocato più fuori dal campo, privo di gioia, diverso, con altri interessi. E quando hai sentito di Calciopoli?
Eh non pensavo certo a tutto quel marcio. Mi sono stupito ma in un certo senso è la prova di quanto il calcio sia cambiato. E’ diventato qualcosa che si gioca dappertutto tranne sul campo. Dopo Calciopoli avrei preferito si facesse piazza pulita, via tutti. Invece mi pare che nelle poltrone ci siano sempre le stesse persone. Forse per questo motivo oltre a smettere di giocare sei anche andato a Cuba?
Può essere…a Cuba andai con alcuni amici quando smisi di giocare, era un viaggio tipico, organizzato. Mi sembrò un posto in cui stare finalmente in tranquillità, senza pressioni. E ho deciso di rimanere. Che fai a Cuba (vive a L’Avana) e che ne pensi?
Non faccio niente, mi piace Cuba non solo per il mare, ma anche per come si gestiscono le cose. Intanto c’è un’attenzione al sociale molto diversa rispetto a noi, ospedali, scuole, è tutto considerato al primo posto. Poi si vive lentamente, con calma. Ogni volta che torno in Italia mi sembrano tutti incazzati e di corsa. Là è diverso. E’ un popolo aperto mentalmente, dignitoso, alla mano. Di Fidel che si dice?
E’ un anno che non si vedeva. Spero duri il più a lungo possibile, ma la gente è orgogliosa e legata al discorso rivoluzionario. Il carisma di Fidel è determinante ma ormai la società ha acquisito questa idea di gestione; come struttura funziona indipendentemente da chi lo gestisce. Certo non si può sapere precisamente cosa potrebbe succedere dopo di lui, le reazioni a Cuba… Torniamo al calcio, ma sai un calciatore italiano, che vive a Cuba, intervistato dal Manifesto…ti piaceva essere chiamato Il Marziano?
Sinceramente io sono arrivato un po’ impreparato, all’epoca non era come adesso che a 14 anni il ragazzino è già impostato. Io mi sono ritrovato dalla piazzetta alla serie A. Mi sembrava che alcune cose che facevo mi venissero naturali, non capivo come mai la gente pensasse fosse qualcosa di strano. Io sono onorato di essere arrivato a certi livelli, ho giocato contro Platini, Maradona, avevo a fianco Brady, Francis, tutti grandi giocatori. Non mi sono mai sentito così, marziano. Non dico che giocavo solo in funzione del pubblico, ma quasi. Queste cose sono nel dna. Quando giocavo pensavo alla gente allo stadio, pensavo che fossero lì per divertirsi e per vedere qualcosa di bello, giocavo anche per fare spettacolo per loro. Quando giocavi si diceva che fossi l’unico calciatore che fatto un tunnel, tornava indietro per farne un altro. Li fai ancora i tunnel?
Li faccio, ai due all’ora. Gioco in una squadra di italiani a Cuba, ma siamo vecchietti ormai. Vedo il colpo, ma manca il fisico. E si parlava di come ti eri presentato al raduno con Bersellini (l’allenatore che voleva portarlo all’Inter, ma poi scelsero Beccalossi).
Si, sembravo un albero di Natale, orecchini, calzoncini…Capisci, ero impreparato! Bersellini in ogni caso è l’allenatore che ricordo di più, mi fece esordire in A. A volte penso mi piacerebbe tornare indietro e rivivere quei momenti con la mentalità di adesso. Senza la giusta mentalità non puoi fare carriera. Non ti chiedo un pronostico per il derby, diciamo pareggio e tutti contenti?
Spero che sia una bella partita. I derby spesso sono partite inguardabili.


Simone Pieranni

Il Manifesto del 23 settembre 2007