In Vite di Scarto (Laterza, 2007), Zygmunt Baumann sostiene che la nozione di modernità si fondi sull’idea che l’uomo possa cambiare il mondo.
“… Modernità è rifiutare il mondo così come è stato finora e decidere di cambiarlo. Il modo d’essere moderno consiste in un cambiamento compulsivo, ossessivo: nel rifiuto di ciò che semplicemente è in nome di ciò che potrebbe, e per ciò stesso dovrebbe, essere messo al suo posto …”
Tutte le grande utopie e le religioni dell’era moderna, il cristianesimo, l’illuminismo, il marxismo condividono (in modo diverso) questa fede progressista nell’uomo e nella sua capacità di influire sul mondo, di manipolarlo e di migliorarlo.
E’ ancora così? L’uomo contemporaneo condivide questa fede moderna nell’uomo e nella sua capacità di agire sul mondo?
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In un ottimo film, presentato recentemente al Festival di Locarno (Contre toute esperance di Bernard Emond, Canada 2007), un manager spiega
«… non sono io a decidere i licenziamenti, così come non sono io a decidere il mio salario e i miei premi. È solo il mercato che decide…»
E’ il mercato che decide. Noi non ci possiamo fare niente. Neppure i manager possono fare niente. Neppure i politici possono fare altro che assecondare e tentare di ingraziarsi i favori del mercato.
Ci hanno spiegato che il mercato non rientra più nella sfera delle attività e delle relazioni umane. Il mercato è diventato il Mercato, una divinità capricciosa e incomprensibile, al di sopra della nostra capacità d’influenza, verso il quale non serve neppure chiedere, non serve pregare, non serve lottare, non serve sperare. Bisogna soltanto adeguarsi. E noi ci siamo adeguati.
Siamo di fronte a una nuova religione fondata sull’adorazione di un’entità che ha cessato di appartenere alla sfera delle cose modificabili e gestibili dagli uomini: il Mercato.
I manager e gli imprenditori sono i potenti sacerdoti e non hanno difficoltà a diffondere il verbo, a convertire al Mercato la politica, la società e ogni singolo individuo. Utilizzando i grandi strumenti e le tecnologie più avanzate di comunicazione e propaganda, di cui hanno un eccezionale controllo, padronanza, monopolio.
E i loro fedeli sono i consumatori, ovvero tutti noi. Compresi coloro che criticano la nuova religione ma non possono certo smettere di svolgere con disciplina il loro compito fondamentale: acquistare beni e servizi di dubbia utilità, gettare via, consumare. Perché il Mercato accetta il dissenso, nella misura in cui anche il dissenso viene trasformato in oggetto di consumo.
L’epoca contemporanea è dominata un senso di fatalismo, profondamente anti-moderno. E’ un fatalismo a cui segue l’individualismo, che spinge ad occuparsi soltando di stessi, al massimo della propria famiglia. Ci insegna che la felicità si raggiunge coltivando il proprio orticello, che è vano e illusorio ogni nostro tentativo di modificare il mondo che ci sta attorno, perché il mondo è governato dal Mercato, su cui non abbiamo alcuna possibilità di intervenire. E le nostre esperienze quotidiane confermano e rafforzano inesorabilmente in ognuno di noi questa convinzione.
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Ma allora, riprendendo la nozione di modernità di Baumann, pare di poter dire che l’era moderna, intesa come spinta al cambiamento, come fiducia nel libero arbitrio e come fede illuminista nell’uomo come padrone del proprio destino, sia giunta al capolinea.
E cosa c’è dopo la modernità?
Per ora, c’è il fatalismo del Mercato, la sottomissione dell’uomo a forze che l’uomo ritiene ormai al di sopra delle sue capacità di azione e comprensione. E c’è un mondo popolato da consumatori.
C’è la rinuncia dell’umanità a guidare consapevolmente il proprio destino, una rinuncia fatta in nome di una religione che tutela gli interessi di pochi e nutre una maggioranza di consumatori integrati nel sistema. Ed espelle l’eccedenza umana: uomini e donne inutili, che per differenti ragioni sociali ed economiche non possono o non riescono a trasformarsi in consumatori.

5 comments ↓
Più che un superamento della modernità, pare un vero e proprio regresso storico:
già Adam Smith (1723-1790) aveva parlato della mano invisibile del mercato teorizzando una regolazione spontanea dello scambio e delle attività produttive che non necessiterebbe di alcun intervento esterno.
Ed aveva torto, come è stato ampiamene dimostrato dagli economisti successivi
Certo, l’attuale globalizzazione economica ha riportato in auge la sua teoria - anche il singolo Stato sembra poter far poco
In ogni caso credo che si tratti più che altro di retorica (sovrastrutturale, verrebbe voglia di dire) da parte di chi cerca una scusa per rimanere ancorato al suo egoistismo individualista o, peggio, di mascherare le proprie responsabilità
si certo, si tratta senza dubbio di un’ideologia regressiva e conservatrice, e dunque più che un superamento, direi un ripiegamento (e una sconfitta) della modernità.
adam smith aveva fiducia in un mercato che si regola da sé, ma il mercato, mi pare, era pur sempre da lui inteso come il risultato di attività umane che se lasciate libere avrebbero migliorato la società umana. E dunque anche adam smith era un moderno.
Mi pare invece che questa nuova ideologia fatalista del mercato si distingua dal liberalismo classico per l’abbandono definitivo dell’approccio umanistico. Non sono più gli uomini che fanno il mercato, ma il mercato che fa gli uomini (leggi: è il mercato che fa i consumatori)
Ciao Ragazzi. Posso chiamarvi così poiché purtroppo e contro la mia volontà sono vecchio (anziano?)
Sono d’accordo con Zack73. Adam Smith non so neanche chi sia, ma la mia esperienza nel commercio al dettaglio, 45 anni di attività in un mercato comunale, mi insegna che tutte le volte e con qualsiasi pretesto un organismo, comunale, statale, europeo, mondiale è intervenuto sul mercato (vedi montanti compensativi, aiuti all’esportazione o all’importazione, aiuti dispensati a varie associazioni o cooperative, eccetera ecc…..) il commercio ed in ultimo il consumatore ne ha pagato le spese a favore, sempre, di poteri forti appoggiati politicamente. Stendiamo un velo pietoso sull’importanza dei media asserviti al potere che sono sempre disposti ad assecondare certe politiche di consumo a discapito di altre.
Penso que questa mancanza di fiducia in un cambiamento sociale puo essere conseguenza di avere avvertito la difficoltá di produrre una modificazione nel modo di vita altrui. E in questo senso penso que quella perdida di fiducia sia un atteggiamento, al meno da questo punto di vista, piu umile. Modificare il modo di cita altrui significa, se un cambiamento vero, modificare i valori altrui, il modo in cui l’altro si concepisce a se stesso. Questo puo accadere, almeno, in due maniere diverse, o impongo i miei valori (e questo mi sembra é stato il perfezionismo moderno) o il cambiamento é risultato di un dialogo tra me stesso e l´/gli altro/i. Questo diálogo coinvolge la possibilitá che pure io cambi. Credo che l’origine di questo scetticismo nel cambiameno sociale abbia il suo origine nella difficoltá di portare questo diálogo a livelli massivi. Questo modo di modificare la vida altrui sembre piú adatto a la comunicazione tra piccoli numeri di persone.
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